Una fiaba popolare russa, di Aleksandr Nikolaevič Afanas’ev
illustrazioni scelte di Ivan Yakovlevich Bilibin tratte da ‘The Very Beautiful Vassilissa’, 1899

C’era una volta, in un certo reame, un mercante. In dodici anni di matrimonio, aveva avuto una sola figlia: la bellissima Vassilissa.
Sua moglie morì quando la bambina aveva otto anni. Sul letto di morte, sentendo imminente la fine, la donna chiamò la figlia, prese una bambolina tenuta nascosta sotto la coperta e disse a Vassilissa:
“Ascolta le mie ultime parole, fai ben attenzione, queste sono le mie ultime volontà. Ti do questa bambola con la mia benedizione di madre; tienila sempre vicina a te, ma non mostrarla a nessuno. Se fossi in pericolo o ti succedesse qualcosa di brutto, dai alla tua bambola qualcosa da mangiare e chiedile consiglio. Ti aiuterà nei momenti difficili”.
La moglie del mercante abbracciò la figlia e morì.
Il vedovo fu triste a lungo, ma era un brav’uomo e non gli mancavano le pretendenti. Pianse la moglie per moltissimo tempo. Tuttavia, avendo una figlia piccola ancora da accudire, un giorno pensò fosse più giusto risposarsi, ma decise di scegliere una donna non molto giovane, vedova come lui, con due figlie della stessa età di Vassilissa: una donna e una madre saggia, pensò. Così la sposò.
Purtroppo commise un grosso errore: la moglie non fu una buona madre per la sua Vassilissa; sia lei che le sue figlie erano gelose della sua gentile bellezza. Per invidia la tormentavano, sovraccaricandola di lavoro, sperando che il vento e il sole le annerissero la pelle e il lavoro la facesse appassire.
Vassilissa sopportava senza mai lamentarsi, nonostante tutta la fatica diventava ogni giorno più bella, più rosa e florida, mentre la matrigna e le sue figlie – che non facevano nulla con le loro dieci dita – divenivano più magre e gialle per l’invidia.
La bambola stava aiutando Vassilissa. Nessuno lo sapeva. Senza di lei, la bambina non sarebbe riuscita a fare tutto quel lavoro.
La sera, quando tutti dormivano, la piccolina si chiudeva nella sua capanna, serviva del cibo alla sua bambola e le raccontava tutte le sue disgrazie:
“Bambolina, mangia e ascolta le mie pene! La casa di mio padre è diventato un luogo triste, la matrigna cattiva e le sue figlie vogliono distruggermi. Dimmi, cosa devo fare?”
La bambola mangiava, poi consolava la bambina, le dava consigli e, al mattino, Vassilissa trovava tutto il lavoro finito. Così poteva riposare al fresco, raccogliere fiori e, nel frattempo, diserbare l’orto, attingere l’acqua, annaffiare i cavoli e accendere il fuoco.
La bambola mostrò a Vassilissa persino un’erba che l’avrebbe aiutata a proteggere la pelle dal sole. E la bambina coccolava la sua bambola, tenendo i pezzi migliori dei suoi pasti per lei.
Vassilissa crebbe e divenne una ragazza da sposare.
Tutti gli scapoli della città chiedevano la mano di Vassilissa, ma nessuno voleva guardare le figlie della matrigna. Così la donna cominciò a odiare ancora di più la figliastra e un giorno rispose ai pretendenti che vennero alla sua porta:
“Non lascerò che la figlia più giovane si sposi prima della maggiore!”
E dopo che i pretendenti se ne furono andati, picchiò Vassilissa per vendicarsi.
Giunse il tempo in cui il mercante dovette partire per un lungo viaggio e la matrigna fu costretta a vivere in una casa ai margini della foresta. In questa foresta viveva Baba-Yaga, una terrificante strega. La vecchia malefica non permetteva a nessuno di avvicinarsi alla sua casa e mangiava le persone come polli.
La matrigna iniziò a pensare di servirsene per berarsi di Vassilissa, così continuava a mandarla nella foresta: cerca questo, porta quello, ma la bambina tornava sempre sana e salva. Con la sua bambola che la guidava, riusciva a star lontana dalla casa di Baba-Yaga.
Arrivò l’autunno. Durante le lunghe serate, le ragazze lavoravano: una faceva merletti, l’altra calze a maglia e Vassilissa filava il lino. La matrigna diede loro i compiti per la notte e andò a letto, lasciando solo una candela accesa per le operaie. Una delle figlie finse di addrizzare la candela con una pinza e invece la spense, come aveva ordinato la madre…
“Che disgrazia! Il lavoro non è finito e non c’è fuoco in casa. Dovremo andare a chiedere lumi a Baba-Yaga! Chi ci andrà?”
“Io no”, dice la merlettaia. “Posso vedere con i miei spilli!”
“E nemmeno io”, disse la magliaia. “I miei aghi sono lucidi, ci vedo bene”.
Ed entrambe si rivolsero a Vassilissa:
“Tocca a te andare a prendere il fuoco da Baba-Yaga!”
E la spinsero fuori dalla stanza.
Vassilissa corse alla sua capanna, servì la cena alla bambola e le disse, piangendo:
“Bambolina, mangia e ascolta il mio dolore! Mi hanno detto di andare da Baba-Yaga. Mi divorerà!”
“Non aver paura”, rispose la bambola. ” Portami con te e vai tranquillamente ovunque ti mandino. Finché ci sarò io, non ti potrà succedere nulla”.
Vassilissa mise in tasca la bambola e si incamminò nella foresta oscura. Camminava da tempo, tremando, quando le passò accanto un cavaliere: tutto bianco, vestito di bianco e in sella a un cavallo bianco con briglie bianche. Immediatamente il cielo divenne più chiaro.

Proseguì il cammino e vide un altro cavaliere: tutto rosso, vestito di rosso e in sella a un cavallo rosso, bardato di rosso. E il sole sorse.
Solo al tramonto Vassilissa raggiunse la radura dove viveva Baba-Yaga.

Il recinto intorno alla sua casa era fatto di ossa, decorato con teschi con occhi, gambe umane come pali, braccia con mani come chiavistelli e una bocca con denti aguzzi come lucchetto.
La povera ragazza tremava come una foglia a quella vista.
Arrivò un cavaliere: tutto nero, vestito di nero e in sella a un cavallo nero con finimenti neri. Immediatamente calò la notte e gli occhi dei teschi si illuminarono, così da poter vedere come in pieno giorno. Vassilissa avrebbe voluto scappare, ma la paura la bloccò.

All’improvviso si sentì un forte rumore nella foresta: rami che si spezzavano, foglie che scricchiolavano. Poi Baba-Yaga, la vecchia strega, apparve nella radura. Viaggiava in un mortaio, spingendolo con il pestello e spazzandolo via con la scopa. Il mortaio si fermò davanti al cancello, Baba-Yaga annusò l’aria ed esclamò:
“C’è odore di carne russa qui dentro! Chi è?”
Tremando, Vassilissa si avvicinò, salutando a bassa voce:
“Sono io, nonna. Le figlie della mia matrigna mi hanno mandato a casa tua per chiedere i lumi”.
“Va bene, le conosco”, disse Baba-Yaga, “resterai qui a servirmi. Se il lavoro sarà ben fatto, vi darò una luce, altrimenti vi mangerò!”
Baba-Yaga si voltò verso il cancello e gridò:
“Sbloccate, forti lucchetti! Cancello largo, apritevi!”
Il cancello si aprì e Baba-Yaga entrò nel cortile fischiettando. Vassilissa la seguì. Il cancello si richiuse.
Una volta entrati in casa, Baba-Yaga si accasciò su una panca e ordinò a Vassilissa:
“Servimi tutto quello che c’è nel forno! E sbrigati, ho fame!”
Vassilissa cominciò a servirla. Torte e arrosti, crostate e pasticci, prosciutti e zuppe. Dalla cantina tirò fuori idromele e brandy, birra e vino: abbastanza da mangiare e bere per dieci persone! Baba-Yaga mangiò e bevve tutto; a Vassilissa rimase solo una fetta di pane, un po’ di zuppa e un pezzo di maiale arrosto. Poi disse:
“Domani, dopo che me ne sarò andata, spazzerai il cortile, pulirai la casa, preparerai la cena e metterai via la biancheria. Dopodiché, prendete un moggio di grano dalla conigliera e selezionatelo chicco per chicco. E assicurati che tutto sia fatto bene, o ti mangio!”
Si sdraiò e cominciò a russare.
Vassilissa ne approfitto. Mise i resti della cena di Baba-Yaga davanti alla sua bambola e disse piangendo:
“Bambolina, mangia e ascolta le mie pene! Se non faccio tutto questo lavoro, Baba-Yaga mi mangerà!”
“Non preoccuparti, Vassilissa”, rispose la bambola. “Dormi, il mattino è più saggio della sera!”
Vassilissa si alzò prima dell’alba, ma Baba-Yaga era già sveglia.
Gli occhi dei teschi si spensero. Il cavaliere bianco passò e si fece giorno.
Baba-Yaga uscì nel cortile e fischiò, e subito il mortaio e il pestello giunsero fino a trovarsi davanti a lei, insieme al pestello e alla scopa.

Passò il cavaliere rosso e uscì il sole.
Baba-Yaga salì sulla sua carrozza e partì. Viaggiava in un mortaio, spingendolo con il pestello, cancellando le sue tracce con la scopa…
Rimasta sola, Vassilissa fece il giro della casa, ammirando la ricchezza e l’abbondanza, chiedendosi da dove cominciare, quando vide che tutto era già fatto: la bambola stava selezionando gli ultimi chicchi di grano.
Vassilissa la baciò:
“Come potrò mai ringraziarti, mia cara bambola! Mi hai salvato la vita.”
La bambola tornò nella tasca di Vassilissa e disse:
“Ora devi solo preparare la cena. E poi riposare.”
Al calar della sera, Vassilissa preparò la tavola.
Presto passò il cavaliere nero e scese la notte. Gli occhi dei teschi si accesero, i rami si spezzarono, le foglie scricchiolarono: era Baba-Yaga che stava arrivando.
Vassilissa uscì per andarle incontro. La Baba-Yaga domandò:
“Il lavoro è finito?”
“Guarda tu stessa, nonna”
Baba-Yaga ispezionò tutto, guardò dappertutto e non trovò nulla di cui lamentarsi. Grugnì:
“Bene, è tutto a posto…”, poi chiamò:
“Fedeli servitori, miei amici di corte, venite a macinare il mio grano!”
Poi apparvero tre paia di braccia che portarono il grano fuori dalla vista. Baba-Yaga cenò e andò a letto, dicendo:
“Domani, oltre a tutto quello che hai fatto oggi, devi separare un moggio di semi di papavero. C’è della terra mischiata, quindi assicurati che non ce ne sia traccia, o ti mangerò!”
Ben presto cominciò a russare.
Vassilissa servì la sua bambola, che mangiò e le disse, come il giorno prima:
“Dormi e riposa, Vassilissa cara. Tutto sarà fatto. Il mattino è più saggio della notte.”
Il giorno dopo Baba-Yaga partì e Vassilissa e la sua bambola fecero il lavoro in un batter d’occhio. Al suo ritorno, Baba-Yaga ispezionò tutto, guardò in ogni angolo e non trovò nulla di cui lamentarsi. Chiamò:
“Fedeli servitori, miei amici di corte, venite a spremere l’olio dai miei semi di papavero!”
Tre paia di braccia apparvero e portarono i semi fuori. Baba-Yaga si sedette a tavola. Vassilissa la servì in silenzio e la strega brontolò:
“Perché non dici qualcosa? Te ne stai lì come una muta!”Perché non dici qualcosa? Te ne stai lì come una muta!”
“Non ho osato, nonna! Ma se non ti dispiace, vorrei chiederti qualcosa.”
“Chiedi pure! Ma non tutte le domande sono buone da fare. Se si sanno troppe cose, si diventa vecchi troppo in fretta!”
“Vorrei che mi spiegassi cosa ho visto, nonna. Mentre andavo a casa tua, mi è passato accanto un cavaliere bianco. Chi era?”
“È il mio giorno luminoso”, rispose Baba-Yaga.
“Poi ho visto un cavaliere rosso, chi è?”
“È il mio sole ardente.”
“E poi ho visto un cavaliere tutto nero, chi è?”
“È la mia notte oscura”, rispose Baba-Yaga. “Tutti e tre sono i miei fedeli servitori!”
Vassilissa pensò alle tre paia di braccia, ma non disse nulla. Baba-Yaga gli disse:
“Beh, non hai intenzione di farmi altre domande?”
“Ne so abbastanza da sola, nonna! L’hai detto tu stessa: se si sa troppo, si invecchia in fretta.”
“È un bene”, concordò Baba-Yaga. “Chiedi di quello che hai visto fuori, non di quello che succede dentro. Ho intenzione di lavare i panni in famiglia e se qualcuno è troppo curioso, lo mangio! E ora tocca a me farti una domanda: come fai a fare tutto il lavoro che ti do?”
“Mi aiuta la benedizione di mia madre, nonna.”
“È così? Allora, benedetta, vattene subito da qui! Non voglio nessuna benedetta in casa mia!”
Baba-Yaga spinse fuori la ragazza, ma prima di chiudere il cancello prese un teschio con gli occhi ardenti, lo mise all’estremità di un bastone e lo infilò nella mano di Vassilissa:
“Ecco un po’ di fuoco per le figlie della tua matrigna, prendilo! Dopo tutto, è per questo che ti hanno mandato da me.”

Vassilissa corse via nella foresta. Gli occhi del teschio le illuminarono il cammino e non uscì fino all’alba. Camminò tutto il giorno e, verso sera, avvicinandosi alla sua casa, si disse: “Ormai avranno trovato il fuoco…” e voleva gettare via il teschio. Ma una voce si fece sentire:
“Non buttarmi via, portami dalla tua matrigna!”
Vassilissa obbedì. Quando arrivò, fu stupita di non vedere alcuna luce in casa e ancora più stupita di vedere la matrigna e le sue figlie che la accoglievano con grande gioia. Le dissero che da quando era partita non c’era stato modo di tener acceso nessun fuoco in casa: loro non riuscivano ad accenderlo e quello che portavano dai vicini si spegneva.
“Forse il tuo si manterrà meglio”, disse la matrigna.
Vassilissa portò il teschio nella stanza; subito gli occhi ardenti si fissarono sulla matrigna e sulle figlie, seguendole ovunque. Invano cercarono di fuggire o di nascondersi, ma gli occhi le seguirono e prima dell’alba, di loro, non rimase altro che cenere; solo Vassilissa era illesa.
Al mattino, Vassilissa seppellì il teschio, chiuse la casa e se ne andò in città, dove una vecchia la ospitò in attesa del ritorno del padre. Un giorno Vassilissa disse alla vecchia:
La vecchia le portò del bellissimo lino e Vassilissa si mise subito al lavoro.
Il filo si stendeva sotto le sue mani, fine e forte. Ben presto finì di filare e volle iniziare a tessere, ma nessun telaio era abbastanza fine per il suo filato. La sua bambola la aiutò di nuovo, facendole un bellissimo telaio.
Vassilissa si mise di nuovo al lavoro e alla fine dell’inverno la tela era tessuta, così sottile e fine che avrebbe potuto essere infilata nella cruna di un ago! In primavera, la stoffa fu sbiancata e Vassilissa disse alla vecchia:
“Vai al mercato, nonna. Vendi la stoffa e tieni i soldi.”
Ma la vecchia disse:
“No, figlia mia! Il tuo lavoro è troppo prezioso. Porterò la merce allo zar.”
Si sedette davanti al palazzo e cominciò a camminare avanti e indietro accanto alle finestre. Lo zar la notò e la chiamò:
“Cosa fai qui, vecchia? Cosa ti passa per la testa?”
“Vi ho portato una merce rara, che Vostra Maestà non vedrà mai più.”
Lo zar fece entrare la vecchia e si meravigliò della tela:
“Quanto chiedete per questa, vecchia signora?
“Un lavoro del genere non ha prezzo! Nessuno può comprarlo, solo lo zar può indossare un tessuto così. Ve lo regalo!”
Lo zar ringraziò l’anziana donna che se ne andò, carica di doni.

Lo zar diede la stoffa ai suoi sarti perché ne facessero camicie per lui. Tagliarono le camicie, ma quando si trattò di cucirle, non si poté fare nulla! Né i sarti, né le sarte osavano lavorare una stoffa così pregiata. Lo zar, impaziente, mandò a chiamare la vecchia. Quando giunse nuovamente da lui, egli le disse:
“Se sai tessere la stoffa, puoi cucire le mie camicie!
“Questa stoffa non è uscita dalle mie mani. La mia figlia adottiva l’ha filata e tessuta.”
“Quindi non deve far altro che cucire le mie camicie!”
La vecchina tornò a casa e raccontò tutto a Vassilissa che sorrise:
“Sapevo che era un lavoro per le mie mani!”
Si mise a cucire e la dozzina di camicie fu pronta in men che non si dica.
La vecchia le portò allo zar e Vassilissa, che aveva ben chiare le sue idee, si lavò, si pettinò, si vestì sontuosamente e si sedette davanti alla finestra.
Poco dopo arrivò un inviato dello zar che disse alla vecchia:
“Dov’è questa abile sarta? Sua Maestà lo Zar vuole ricompensarla con le sue mani.”
Vassilissa si recò quindi a palazzo. Quando entrò, lo zar la guardò e si innamorò immediatamente di lei:
“Non ti lascerò andare, mia dolce bellezza! Diventerai mia moglie!”
Lo zar prese per mano Vassilissa la Bellissima, che fece sedere al suo fianco. Celebrarono il loro matrimonio senza ulteriori indugi.
Il padre di Vassilissa tornò presto dal suo viaggio e tutto gli venne raccontato. Felicissimo della felicità della figlia, rimase a vivere con lei, così come la vecchia. Per tutta la vita, la zarina Vassilissa portò la sua bambola in tasca.

N.B. Questa fiaba è stata tradotta e riscritta dall’autrice da una versione francese reperita sul sito www.russievirtuelle.com nel 2022