Trecce di Donna

– E guardi qua! guardi qua! – mi gridò una,
acchiappando di furia e facendo voltare il testoncino a una bimbetta che teneva in braccio,
per mostrarmi che aveva sulla nuca un codino
di capelli incatricchiati, che guaj a tagliarli o
a cercar di districarli: la creaturina ne sarebbe
morta. – Che le pare che sia? Treccina, treccina delle «Donne», appunto, che si spassano
così, di notte tempo, sulle testine delle povere
figlie di mamma! –
Pirandello, Il figlio cambiato, 1902

The Pleiades“, Elihu Vedder (1885)

Le storie che più ho amato da bambina sono state quelle raccontatemi dalle donne della mia famiglia. Racconti che s’intrecciavano ad altri racconti, matrioske di storie che appartenevano l’una all’altra.

Tuttavia potrei ricondurre ad un luogo e un momento preciso la mia passione per la narrativa. I racconti ascoltati durante l’estate del 1986 esercitarono su di me una fortissima fascinazione.

Avevo da poco finito la prima elementare quando vidi Palermo per la prima volta. Quell’estate conobbi la famiglia di mia madre, numerosa e complessa, e in particolare i miei nonni, che poi non avrei più rivisto se non in sporadiche occasioni che potrei contare su di una mano. Mia zia – la quinta di sette figli – ogni mattina mi comprava al forno una treccina calda con lo zucchero, ed io mi lasciavo trascinare da lei per Ballarò, tenendomi stretta ad un lembo del suo vestito mentre avanzava, bellissima, tra le bancarelle del mercato.

<<Mia nipote viene da fuori!>>, diceva a tutti, e i mercanti iniziavano ad offrirmi qualcosa di buono da assaggiare per la prima volta: un fico d’india, una succosa arancia rossa, le panelle, gli arancini, lo sfincione, le crocchette, le stigghiola… Quanti profumi, quanti sapori, colori, odori di spezie, di mare, e quanti suoni: i bisbigli dei passanti e l’abbaniare degli ambulanti; una gran confusione in realtà, ma sapeva di buono.

Una mattina il nostro percorso deviò leggermente e passammo per una piccola piazzetta dominata da una vecchia torretta d’acqua dai caratteri medievali che mi sembrò donare un ché di fiabesco al luogo. Sul muro notai subito l’iscrizione “Piazzetta sette fate”.

Mia zia mi raccontò la storia delle donni di fora, o donne dei lochi. Queste donne, un po’ streghe e un po’ fate, secondo le leggende popolari, dimorerebbero in quella torretta, e nel cortile si riunirebbero, nottetempo, per decidere a chi fare bene e a chi fare male. Non sono buone, né cattive, semplicemente dipende da quanta simpatia provino per te e da quanto rispetto tu abbia per loro.

Pity, William Blake (1795)

Queste creature sovrannaturali possono scegliere dei “preferiti” e rapire donne, uomini, oppure bambine e bambini, facendo vedere loro cose mai viste: feste, balli, luoghi magici; sono in grado di volare, andare oltre i mari, camminare sull’acqua senza bagnarsi, muoversi nel sogno.

Le belle signore possono donare anche protezione ai loro prescelti, offrire il potere della guarigione e insegnare come preparare antichi medicamenti. I protetti diventano loro stessi intoccabili e possono intercedere con le donni per altri, ma chi non si dimostrasse degno dei loro doni, allora dovrà temere la loro malevolenza, fino a morte per accidenti.

La treccia, Auguste Renoir (1887)

I vecchi raccontano che rivolgono spesso le loro attenzioni ai bambini: svegliandoli di notte, facendoli giocare e ridere, lasciando come segno benevolo del loro passaggio delle treccine, una matassina di capelli inestricabile. Quelle trizzi non bisognerebbe tagliarle mai! Le donne di casa potrebbero prenderla molto male e mostrare il loro risentimento colpendo l’innocente: gli farebbero venire una brutta malattia, o potrebbero scambiare il bambino sano con un altro malato, usando la magia per camuffarne le sembianze.
“Ccussì lu lassara li Ronni di casa”, dicevano le mamme, in tempi non proprio lontanissimi, mostrando le malformazioni dei loro fanciulli.

Qualche anno dopo, mi confidarono che una mia parente ricevette la visita delle Belle Signore quando era molto piccina e affetta da paralisi infantile. Stette a letto, praticamente in coma, per molte settimane, poi guarì, quasi improvvisamente, e lasciò il letto alzandosi con le sue stesse gambe. La madre svelò che fu lei a chiedere l’intervento delle donni, bruciando alloro, salvia e altre erbe per diverse sere finchè non si accorse di essere stata ascoltata. Le donne lasciarono una bella treccina che spuntava sulla nuca della sua bambina. Nessuno toccò mai la treccia, neanche quando guarì, finché un bel giorno cadde da sola e fu conservata in una scatola di latta sull’armadio. Ho visto quella scatola. Dentro non c’era nulla. Mi spiegarono che le signore se l’erano ripresa, l’avevano portata via.